Figli udenti di genitori sordi: essere CODA (Children of Deaf Adults)

L’acronimo CODA (Children of Deaf Adults) identifica persone udenti nate e cresciute in famiglie in cui uno o entrambi i genitori sono sordi. Vivere questa realtà significa crescere in modo unico: si entra presto in contatto con la lingua dei segni e si impara a far parte, contemporaneamente, di due culture diverse: quella della comunità sorda e quella della società udente.
Dal punto di vista linguistico, molti CODA acquisiscono la lingua dei segni come prima lingua (L1), mentre la lingua vocale maggioritaria, come l’italiano, è appresa solo successivamente, spesso in contesti extra-familiari come la scuola. Questo tipo di bilinguismo, definito bilinguismo bimodale, coinvolge due canali comunicativi differenti (visivo-gestuale e vocale-uditivo) e rappresenta un caso di particolare rilevanza per gli studi sull’acquisizione linguistica. Dal punto di vista antropologico, le persone CODA crescono all’interno della cultura sorda, che non si configura solo come una mera conseguenza della disabilità uditiva ma che invece si codifica come una vera e propria minoranza linguistica e culturale, con valori, norme comunicative e pratiche sociali specifiche. Parallelamente, i CODA partecipano pienamente alla cultura udente maggioritaria: questo può generare una percezione di collocazione intermedia, un “sentirsi nel mezzo” in cui l’individuo è chiamato a negoziare costantemente tra senso di appartenenza e differenza.
Ne abbiamo parlato con Susanna Di Pietra e Gloria Antognozzi, due persone CODA e oggi anche interpreti professioniste affermate e fondatrici di CODA Italia, l’associazione nazionale nata per essere un riferimento sul territorio per tutte le persone udenti con genitori sordi, principalmente con attività rivolte a bambini e ragazzi.
In una società che ancora fatica a vedere la sordità oltre il limite fisico, essere il figlio udente di genitori sordi è spesso visto come un privilegio. Com’è stato, concretamente, vivere questa realtà e come definiresti oggi il tuo legame con la comunità sorda e quella udente?
GLORIA:
I “privilegi” che derivano dall’essere figlia udente di genitori sordi segnanti sono molteplici.
Il primo, forse il più importante, è l’acquisizione naturale di una lingua e di una cultura differenti. La lingua dei segni è stata per me sia uno strumento di comunicazione familiare, sia una vera e propria chiave di lettura del mondo. Mi ha insegnato che la comunicazione non passa solo dalla voce, che il corpo, lo sguardo, lo spazio e il silenzio hanno un valore enorme. Ciò mi ha permesso di sviluppare fin da piccola una prospettiva diversa sulla comunicazione e sulle relazioni, alimentando capacità di adattamento, osservazione e mediazione.
Tuttavia, vivere questa realtà non è stato solo un privilegio, ma anche una responsabilità precoce. Come molti altri CODA, ovvero figli udenti di genitori sordi, mi sono spesso trovata a fare da ponte tra la comunità sorda e quella udente, assumendo ruoli che non sempre spettano ad una bambina.
L’accessibilità non è un favore, ma un diritto, e l’autonomia delle persone sorde viene spesso messa in discussione non dalla sordità in sé, ma dalle barriere create dalla società.
Oggi definire il mio legame con la comunità sorda e quella udente significa riconoscere una doppia appartenenza, ma anche una posizione liminale. Questa posizione mi ha insegnato a stare nelle sfumature, a non accettare categorie rigide e a mettere in discussione ciò che viene dato per scontato.
Della comunità sorda ne riconosco la ricchezza culturale, la lingua, la storia, le lotte, mentre con la comunità udente, il mio legame è spesso critico: sento il bisogno di decostruire stereotipi, di spiegare che la sordità non è una tragedia e che l’inclusione reale passa attraverso l’ascolto dell’altro. Ad oggi, il mio obiettivo, personale e umano, è di continuare a stare in dialogo tra questi due mondi, per valorizzare una pluralità di modi di essere, comunicare e vivere.
Spesso sentiamo parlare di identità udente e identità sorda, ma per una persona CODA come si intrecciano le due?
SUSANNA:
Per una persona CODA, le due identità si intrecciano di continuo, vanno di pari passo. Un attimo ti senti coinvolto nel vivere la tua parte sorda e un attimo dopo sei coinvolto in quella udente. Le dinamiche che influiscono sul CODA sono molteplici, pensiamo alla famiglia, alla scuola, allo sport, al lavoro, alle amicizie, e in tutti questi campi ci sono sia persone sorde ed udenti in cui il CODA si relaziona e vive le sue dinamiche quotidiane. La sensazione è quella di un trasferimento continuo da uno status ad un altro in cui incidono emozioni, sensazioni, pensieri, composizioni di frasi, riflessioni e il tuo IO vive, sta bene, interagisce, lavora al livello emotivo e sociale finché poi si interroga, si misura e richiama, in una sorta di supporto morale, l’altra identità perché quella in cui stava vivendo lo ha portato al benessere di cui aveva bisogno. Ma allora perché se sta bene in un modo, ha bisogno di altro? Perché il CODA è sempre cresciuto a metà, si è sempre dovuto misurare con gli altri in quanto quello che viveva non era uguale a quanto vivevano gli altri e quindi si sentiva diverso.
Ad esempio, il CODA ha sempre vissuto situazioni in cui:
- “a casa quando suoni il campanello si accende la luce, però nessuno dei tuoi amici lo ha”;
- “a casa se chiami i nonni traduci per i tuoi genitori” invece nelle case normali i nonni chiamano i genitori;
- “a casa comunichi con la lingua dei segni, o con una lingua codificata e concordata con i tuoi, che non è la stessa lingua che tutti parlano fuori casa tua”,
- “i fine settimana li trascorri con i tuoi amici CODA all’ENS insieme ai loro rispettivi genitori e tutti comunichiamo con la stessa lingua, perché non devi sempre fare da interprete ai tuoi compagni di scuola quando esci con loro”.
Il confronto è perenne e quel senso di non appartenenza ti accompagna per il resto dei tuoi giorni finché poi non realizzi che quello che hai vissuto è stato solo un dono, un vantaggio, è una risorsa che ti ha reso più consapevole, ricco, perspicace, e brillante.
Cosa vi ha spinto a fondare CODA Italia?
GLORIA:
La nascita di CODA Italia affonda le sue radici in un vissuto condiviso a lungo privo di riconoscimento. Nel 2013, durante un workshop rivolto ai figli udenti di genitori sordi, organizzato dallo psicologo e psicoterapeuta Mauro Mottinelli, molte e molti partecipanti si trovarono per la prima volta a confrontarsi con persone che avevano vissuto esperienze simili. In quell’occasione emerse con chiarezza la specificità del vissuto CODA, fatto di ruoli di mediazione, responsabilità precoci e di un’identità costruita tra due mondi: sordo e udente. La scoperta dell’esistenza, negli Stati Uniti, dell’associazione CODA, attiva dal 1983, rese evidente che tale esperienza non era individuale, ma collettiva. Da questa consapevolezza nacque l’esigenza di creare anche in Italia uno spazio di riconoscimento e legittimazione. Nel 2014, cinque donne provenienti da diverse parti del Paese fondarono l’APS CODA Italia, con sede a Roma. Nel tempo, l’associazione è diventata un punto di riferimento per molti CODA, dandogli voce, dignità, riconoscimento, offrendo spazi di confronto e sensibilizzazione, contribuendo a rendere visibile una realtà spesso ignorata.
Essere bambini, essere CODA: raccontaci un momento chiave della tua infanzia in cui hai capito il vantaggio di far parte di una famiglia sorda.
SUSANNA:
Di momenti ne ho tanti, soprattutto perché la mia protagonista preferita era mia madre e lo è tuttora. Quello di cui vado fiera è che ho una mamma che è orgogliosamente fiera di essere Sorda e questo è stato il mood che ha sempre accompagnato la mia infanzia e la mia adolescenza. Io osservavo mia madre orgogliosa di sé stessa e allo stesso tempo lo ero anche io, sia di LEI che di me.
Non ho mai provato quel senso di non appartenenza a casa, anzi al contrario amavo il mio mondo e tutto ciò che mi circondava. Io impaziente non vedevo l’ora che finisse la settimana per andare il weekend all’ENS. Oggi se dici che vai all’Ens pensi a una grande sala dove si riuniscono tutti i sordi che seguono gli ultimi aggiornamenti tra statuti ed assemblee tra soci, ma quando ero piccola io, era un appuntamento fisso, si iniziava dal giovedì pomeriggio fino al sabato dopo mezzanotte e la cosa che più adoravo era che si riunivano tutte le famiglie sorde con figli CODA e figli sordi. All’Ens c’erano sempre delle attività e si rimaneva a cena tutti insieme, poteva essere una pizza o una spaghettata che riuniva tutte le mamme dietro in cucina e tutti comunicavamo con la stessa lingua, senza barriere e difficoltà, senza dover tradurre per qualcuno che non conoscesse il nostro mondo. Eravamo una grande famiglia, non esisteva imbarazzo, disagio, DIVERSITÀ, tutti condividevamo lo stesso momento, le stesse emozioni e il bello era che non ce ne volevamo mai andare via, almeno noi bambini, volevamo continuare a stare lì per ore, e per me era rigenerante essere lì con chi viveva la mia stessa situazione familiare. Oggi mi capita di rivedere quei momenti nei bambini CODA che si riuniscono tra di loro grazie ai loro genitori e mi rivedo io da piccola. Di momenti come questi ne sono grata ai miei perché mi hanno permesso di conoscere al meglio le mie radici, da dove provengo e per cosa vado orgogliosa, e per questo difatti è nata CODA ITALIA.
Essere CODA, dunque, non è solo una condizione familiare, ma un’esperienza di vita complessa e ricca. Significa crescere imparando presto che esistono molti modi di comunicare, di essere e di stare al mondo. E proprio da questa pluralità nasce una prospettiva preziosa, capace di arricchire tutta la società.
Articolo a cura di Connie Ciocia,
interprete LIS VEASYT
Guarda la traduzione in lingua dei segni italiana (LIS) del seguente articolo a cura delle interpreti LIS VEASYT Jessica Bennato, Erika Persico, Elena Pretato: