"Sordità e linguaggio: il ruolo della logopedia nel percorso di crescita del bambino sordo"

"Sordità e linguaggio: il ruolo della logopedia nel percorso di crescita del bambino sordo"

Quando parliamo di sordità, diversi sono gli specialisti che accompagnano la crescita del bambino sordo fin dalla nascita, affiancando lui e la sua famiglia nelle decisioni educative e terapeutiche. Tra le figure centrali  di questo percorso troviamo il logopedista , che lavora per favorire l’acquisizione delle abilità comunicative e linguistiche necessarie alla vita quotidiana e indispensabili per la crescita e l’autonomia . Per questo motivo abbiamo deciso di intervistare la dott.ssa Alice Rinaldi , logopedista con oltre 10 anni di esperienza, che lavora nel suo studio privato e che nel corso della sua carriera ha avuto l’occasione di lavorare con molti bambini e ragazzi sordi. La dott.ssa Rinaldi si appassiona al linguaggio proprio grazie all’incontro con la comunità sorda e allo studio della LIS, iniziato nel 2012, e sceglie così di intraprendere il percorso di specializzazione in logopedia.

1.Quando e in che modo un bambino sordo viene avviato ad un percorso logopedico?
Per rispondere a questa domanda è necessaria una breve premessa. Oggi, a tutti i neonati viene proposto uno screening uditivo non invasivo e indolore, effettuato entro le prime 48–72 ore dalla nascita o comunque prima della dimissione dall’ospedale. Questo permette di individuare precocemente un possibile deficit uditivo. In caso di esito positivo o se il bambino presenta fattori di rischio (come prematurità o genitori sordi), si procede con ulteriori esami, ripetuti per evitare falsi positivi. Grazie a questi controlli, i bambini nati sordi vengono generalmente identificati fin dai primi mesi di vita, a differenza di quanto accadeva in passato, quando la diagnosi era spesso tardiva. La diagnosi precoce consente di avviare tempestivamente un intervento, che comprende sia l’adozione di dispositivi uditivi (protesi acustiche o impianto cocleare), sia l’inizio del percorso logopedico. È inoltre fondamentale esporre il bambino fin da subito a una lingua, anche attraverso la lingua dei segni, poiché l’esposizione precoce al linguaggio è essenziale per lo sviluppo cognitivo e comunicativo. Esistono tuttavia situazioni più gravi in cui la sordità non viene rilevata inizialmente. In questi casi, i genitori possono non accorgersi del problema nei primi mesi, poiché il bambino appare tranquillo e silenzioso. Con la crescita emergono segnali di allarme, come la mancata risposta ai suoni, alla voce o al nome e all’assenza di linguaggio. Questi segnali possono essere comuni anche ad altre condizioni dello sviluppo e per questo è importante intervenire tempestivamente. Infine, esistono forme di sordità lieve, spesso legate a disturbi del distretto testa-collo, che non sempre emergono nei test neonatali. Pur essendo meno evidenti, possono avere un impatto significativo sullo sviluppo del linguaggio. In questi casi, il sospetto nasce da piccoli campanelli d’allarme (linguaggio scarso o poco chiaro, respirazione orale, parole confuse) ed è fondamentale rivolgersi a uno specialista e iniziare quanto prima la logopedia.

studio di Alice a sinistra e un momento di seduta logopedica a destra

2. Perché un bambino intraprende un percorso logopedico? Quali le aspettative?
La sordità è un mondo ricco e complesso, fatto di storie e modalità diverse di affrontarla. Prendere in carico un bambino sordo significa prendere in carico anche la sua famiglia e il contesto in cui vive, poiché ogni famiglia ha una propria storia e un vissuto specifico rispetto alla sordità. Il bambino può nascere in una famiglia con altri membri sordi oppure in una famiglia udente che si confronta per la prima volta con questa realtà. Il tipo di famiglia incide profondamente sul percorso riabilitativo e sulle aspettative che accompagnano la terapia logopedica. Quando un bambino sordo nasce in una famiglia sorda, il percorso riguarda il lavoro sul canale uditivo e verbale, ma anche sull’uso della lingua dei segni, intesa come lingua a sé stante, con modalità comunicative differenti da quelle tipiche del mondo udente. Quando invece il bambino nasce in una famiglia udente, il percorso e le aspettative sono spesso diversi. Se possibile, si ricorre all’impianto cocleare e l’obiettivo principale diventa lo sviluppo del canale verbale, affinché il bambino possa ascoltare, parlare e costruire il proprio pensiero linguistico attraverso la lingua orale. Di conseguenza, cambiano anche il tipo di intervento e il ruolo della famiglia. Se l’aspettativa è l’uso prevalente del canale verbale, la terapia si concentra sull’ascolto e sulla produzione corretta di parole e frasi. Se invece il bambino cresce in un contesto segnato, l’intervento logopedico mira comunque a sviluppare ascolto e linguaggio verbale, ma sempre mediati da un’altra lingua e da modalità comunicative differenti.

3. Quali sono i principali aspetti e gli obiettivi che caratterizzano la terapia logopedica con un bambino sordo?
Quando si parla di linguaggio, molti pensano solo al parlare, concentrandosi sulla parte “attiva” e sui miglioramenti che emergono quando il bambino produce parole. In realtà, una componente fondamentale è la comprensione: prima di poter dire qualcosa, bisogna capirla. Il linguaggio si può quindi dividere in due grandi aree, comprensione e produzione. Per spiegare come si sviluppa il linguaggio, possiamo immaginare quattro bicchieri d’acqua da travasare. Il primo bicchiere rappresenta i suoni: bisogna saperli percepire e pronunciare correttamente, perché anche una piccola modifica, come cambiare una lettera in una parola, può alterarne completamente il significato. Solo quando i suoni sono padroneggiati si può travasare l’acqua nel secondo bicchiere, quello delle parole, che si formano dall’unione dei suoni. Le parole vanno comprese e pronunciate correttamente, creando una rete di significati che sostiene il linguaggio. Poi si arriva al terzo bicchiere, quello delle frasi: le parole si combinano secondo regole grammaticali e sintattiche, e la comprensione deve essere sufficiente per capire ciò che gli altri dicono quotidianamente. Infine, l’acqua viene travasata nel quarto bicchiere, l’area della narrazione e della conversazione, dove le frasi si uniscono per comunicare in modo ricco ed efficace. La terapia logopedica cresce insieme alle competenze del bambino. All’inizio si lavora molto sulla comprensione di suoni, parole e significati, per poi passare alla produzione verbale. Gli obiettivi si modificano con il progresso del bambino, puntando sempre più alla conversazione e alla narrazione, competenze auspicabili per tutti. Nei bambini sordi, un tema importante è anche la voce, che va modellata nel tempo, soprattutto quando il supporto uditivo non è completo, e questo avviene anche attraverso la percezione del corpo. La terapia comprende inoltre l’igiene e la gestione di protesi e impianti cocleari, una parte fondamentale del percorso.

foto di Alice a sinistra e del suo studio a destra

4. Ci potrebbe raccontare una sua esperienza con un bambino sordo che l’ha particolarmente gratificata o che le è rimasta a cuore?
So che può sembrare una frase fatta, ma mi affeziono molto a tutti i bambini con cui lavoro. Vederli crescere è meraviglioso e arricchente. Ci sono però due storie che mi sono rimaste particolarmente nel cuore. La prima è quella della mia primissima paziente, oggi adolescente. Ho iniziato a seguirla da piccola e continuiamo ancora a lavorare insieme, con obiettivi e modalità evoluti nel tempo. Ha una forma rara di sordità: non ha il nervo acustico in entrambe le orecchie e non dispone di protesi o impianto, quindi non ha alcun recupero uditivo, cosa invece possibile nella maggior parte dei casi. L’ho conosciuta quando non ero ancora logopedista, seguendola nei compiti scolastici, e in quel periodo la sua conoscenza linguistica era molto limitata, esposta alla LIS solo a scuola. Come logopedista, ho iniziato a lavorare con lei sul linguaggio verbale, usando varie tecniche, dalle più classiche alla tecnica del Prompt, con un grande lavoro di ampliamento lessicale e di narrazione. Ricordo le ore di conversazione del sabato mattina, che fatica! (ride). Ora frequenta il liceo e il lavoro continua, in particolare sulla voce, che è una sfida incredibile: lavorare con una persona sorda che non può sentire la propria voce è difficile, ma anche stimolante e molto gratificante. La seconda storia riguarda un ragazzino pakistano con cui lavoro da due anni. Nel suo paese non aveva mai seguito alcun percorso logopedico. In Italia ha fatto l’impianto cocleare, ma inizialmente non è stato supportato nel comprendere e conoscere il mondo dei suoni che gli si è aperto dopo l’intervento. È stata una grande sfida, con aspettative molto alte. Solo da circa un anno e mezzo ha iniziato a investire sul canale uditivo e verbale. All’inizio il trattamento era faticoso, anche a livello emotivo, perché ha attraversato momenti di rabbia e frustrazione, situazioni comuni nei bambini sordi. La mia speranza è accompagnarlo ancora a lungo, fino a ottenere risultati concreti e permettergli di sviluppare un canale comunicativo efficace.

Questa intervista ci ha permesso di comprendere come la sordità sia una realtà complessa fatta di relazioni, scelte, aspettative e percorsi personalizzati. Attraverso il racconto della dott.ssa Rinaldi emerge con chiarezza il ruolo fondamentale del logopedista, non solo come professionista della riabilitazione, ma come figura di riferimento capace di accompagnare lo sviluppo linguistico, cognitivo e relazionale del bambino, nel rispetto della sua storia e di quella della sua famiglia. In definitiva, il percorso di un bambino sordo è un viaggio condiviso, in cui professionalità, dedizione e affetto si intrecciano per permettere al bambino di comunicare, crescere e costruire la propria autonomia.

Articolo a cura di Jessica Bennato,
interprete VEASYT italiano-LIS

Guarda la traduzione in lingua dei segni italiana (LIS) del seguente articolo a cura delle interpreti VEASYT Jessica Bennato e Laura Fedeli:


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