Sordità e ricerca, un dialogo con la ricercatrice Federica Baroni dell’Università degli Studi di Bergamo

Nel panorama degli studi contemporanei sulla disabilità, la sordità si configura come un campo di ricerca articolato e in costante evoluzione. Per approfondirne sviluppi, criticità e prospettive, abbiamo dialogato con la dott.ssa Federica Baroni, ricercatrice presso il Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università degli Studi di Bergamo. La ricercatrice, da anni impegnata nello studio e nel lavoro educativo legati alla sordità, ha ricoperto nel tempo ruoli diversi che nel corso dell’intervista scopriremo, sempre guidata dall’obiettivo di approfondire, ripensare e valorizzare la sordità nella sua complessità.
1. Quali sono state le principali sfide affrontate dalla ricerca sulla sordità nel passato e in che modo questo ambito si è evoluto nel tempo?
Se consideriamo i termini “ricerca sulla sordità” in senso ampio, la storia restituisce un panorama ricco, con periodi certamente floridi in ambito scientifico, come negli studi medici, psicologici, pedagogici e linguistici. In educazione, la pedagogia speciale ha sempre riservato attenzione alle disabilità sensoriali, con momenti – tra Settecento e Ottocento – di intenso confronto pubblico in Europa, come nel dibattito tra i metodi sull’educazione dei sordi.
Con la progressiva settorializzazione dei saperi, ogni ambito ha sviluppato i propri studi, talvolta con accelerazioni significative come nel caso di medicina, biotecnologie, psicologia, psicolinguistica. La limitata intersezione tra le discipline, però, ha creato nel tempo visioni non sempre orientate alla complessità dell’esperienza della sordità che, invece, ha bisogno di sguardi molteplici, se si vogliono evitare riduzionismi che sono stati - e sono tuttora - l’anticamera del pregiudizio, della marginalizzazione e perfino della stigmatizzazione.
La linguistica è stata tra le prime a proporre un approccio differente: la peculiarità dell’esistenza di una lingua di una comunità - o meglio, di più lingue di più comunità - ha spostato l’attenzione di alcuni dal deficit al “Gain” (Bauman, Murray), che considera la sordità come una caratteristica distintiva della persona, valorizzandone la ricchezza. Negli anni Sessanta, William Stokoe studiò per primo le strutture dell’American Sign Language (ASL), mentre i movimenti per i diritti civili favorivano processi di consapevolezza, che hanno avuto riflessi importanti sulla comunità sorda e in ambito accademico, quantomeno negli Stati Uniti.
Oggi, accanto agli approcci tradizionali, si sviluppano i Deaf Studies: un campo interdisciplinare che intreccia diverse discipline e propone una lettura critica delle ideologie e delle categorie dominanti sulla sordità. In dialogo con i Disability Studies, questo approccio è connesso al modello sociale, che rifiuta l’idea della disabilità come un fatto, tragicamente connotato, che riguarda l’individuo e non la collettività.
2. Quali aspetti della sordità risultano ancora poco esplorati o sottovalutati?
È necessaria una distinzione sia geografica sia disciplinare. A livello internazionale, soprattutto nel mondo anglosassone, gli studi sulla dimensione linguistica e culturale delle comunità sorde si sono sviluppati dagli anni Settanta, anche grazie alla presenza di studiosi sordi in ambito accademico.
In Italia, invece, la prevalenza della prospettiva medico-individuale nella lettura della sordità - e della disabilità più in generale - ha rallentato questi processi, che stanno emergendo solo oggi. Ne sono esempio il riconoscimento della lingua dei segni italiana o la revisione dei modelli educativi centrati sul deficit, che trascurano il ruolo delle barriere di contesto come principale causa delle difficoltà degli studenti sordi.
A livello disciplinare, linguistica, psicolinguistica e sociologia hanno dato un forte impulso a nuove prospettive. I lavori del gruppo di Virginia Volterra hanno contribuito anche in Italia ad ampliare gli orizzonti, ad emancipare le stesse persone sorde nella valorizzazione della propria lingua e cultura, stigmatizzate per decenni.
L’antropologia e le arti avranno un ruolo importante nel futuro, ma in Italia c’è ancora molta strada da percorre. Pedagogia e didattica, invece, stanno iniziando a esplorare approcci alternativi, che richiedono una contaminazione tra discipline nella comprensione della sordità come condizione non riducibile alla sola mancanza di udito.
3. Su quali temi e obiettivi si concentra attualmente la sua attività di ricerca universitaria nell’ambito della sordità?
Nel mio lavoro al Dipartimento di Scienze Umane e Sociali dell’Università di Bergamo mi occupo principalmente di didattica e tecnologie per l’educazione. Avendo un lungo trascorso nell’ambito della sordità, prima come studentessa nei corsi di lingua dei segni italiana, poi come assistente alla comunicazione ed infine come referente per l’inclusione e consulente in realtà educative significative nel panorama dell’educazione dei sordi in Italia, non ho mai smesso di occuparmi di sordità e di inclusione scolastica: occuparsi delle sfide dell’inclusione degli alunni sordi è un esercizio di riflessione su questioni epistemologiche, metodologiche e organizzative della didattica generale, in sinergia con la didattica speciale. Se l’esperienza ha posto domande, la ricerca ha offerto sguardi interpretativi per comprendere la complessità della realtà in cui ho iniziato a muovere i primi passi nel 2004. Negli anni successivi, all’Università di Bergamo, ho incontrato il primo gruppo di studi sui Disability Studies, avviato in Italia da Roberto Medeghini, Walter Fornasa, Enrico Valtellina, Giuseppe Vadalà, Simona D’Alessio e altri. Oggi questo ambito è più diffuso: nel 2025 è stato pubblicato "Sulla disabilitazione" (a cura di Valtellina per UTET Università), considerato il volume inaugurale per i Disability Studies in Italia.
In questo compendio si inserisce anche un contributo mio e di Luca Des Dorides, ricercatore tra i maggiori esperti di Deaf Studies in Italia, con il quale ho pubblicato nel 2025 "Deaf Studies. Per una lettura critica della sordità", (Erickson – University & Research), con l’obiettivo di sistematizzare i principali discorsi sulla sordità in prospettiva Deaf Studies. Si tratta di un primo passo, aperto a futuri sviluppi. Il nostro desiderio è di far conoscere, con traduzioni e contestualizzazioni al panorama italiano, la ricca letteratura internazionale sul tema, non solo per fini accademici, ma per aprire discorsi su dimensioni rilevanti dell’esperienza della sordità; il fatto che questo avvenga nella nostra lingua è un modo per consentire a tutti di far parte di questi discorsi.
Dall’intervista emerge come la sordità non sia più intesa come semplice condizione individuale, ma come esperienza umana e culturale complessa che richiede uno sguardo attento e multidimensionale. La dott.ssa Baroni evidenzia come ricerca accademica, impegno educativo e riflessione critica possano intrecciarsi per promuovere un cambiamento culturale che è ancora in atto. Viene restituita così l’immagine di una ricerca viva e responsabile, chiamata non solo a produrre conoscenza, ma anche a contribuire attivamente alla costruzione di contesti più equi, consapevoli e realmente inclusivi.
Per approfondimenti:
- Deaf Gain: la sordità vista come risorsa
- Sulla disabilitazione - Introduzione ai Disability Studies
- Deaf Studies - Per una lettura critica della sordità
Guarda la traduzione in lingua dei segni italiana (LIS) del seguente articolo a cura delle interpreti LIS di VEASYT: